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Clima, chi sta meglio e chi sta peggio

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Se dovessimo valutare la situazione di alcuni paesi a livello mondiale in relazione all’inquinamento atmosferico sulla base dei consumi tra le diverse fonti, ci rendiamo conto che i paesi più demonizzati per le emissioni nocive in realtà sono quelli messi meglio di altri ad elevata tecnologia. Poichè tutti i “Grandi” riuniti a Roma al G20 e poi al COP26 di Glasgow, hanno stabilito che i maggiori fattori inquinanti devono essere banditi nella produzione di energia. Le sorpese ci arrivano da Sud Africa, Cina, India, Giappone, Indonesia, Corea del Sud, e in Europa Germania, che hanno ancora un consumo di carbone (ritenuto anche dal Segretario Generale ONU Guterres fra i maggiori inquinanti), alquanto elevato rispetto al resto del mondo e, quindi, si trovano in difficoltà a dismettere questa importante (per loro) fonte di energia (vedi grafico). Quelli che invece vengono demonizzati come paesi meno virtuosi nel fornire un contributo fattivo all’inquinamento atmosferico: Brasile, Canada, Argentina e, per un certo verso, Francia, grazie al nucleare, risultano più avvantaggiati e, guarda caso è proprio il Brasile ad ottenere il maggior contributo nella produzione di energia da fonti idroelettriche e da rinnovabili di altra natura. l’Italia si trova a una via di mezzo, grazie al gas naturale. L’altro grande problema è quello che riguarda la deforestazione, dove paesi come: Cina, Brasile e Federazione Russa, hanno comunicato il loro assenso ad eleminare la deforestazione con date (2030, ma Cina e Russia si spingono oltre: 2060 – 2070) che appaiono impegni privi di ogni contenuto pratico.
Allora, c’è da chiedersi il perchè di tutto questo accanimento verso i mezzi di trasporto e soprattutto la spinta quasi esclusiva alla mobilità elettrica (con tutte le problematiche che questo comporta), quando il maggiore inquinamento atmosferico da CO2 deriva dal riscaldamento urbano e dalle produzioni industriali e, come dichiarato da  fonti UE, solo il 12% e dovuto alle auto (alcune fonti parlano del 5%), mentre un altro 18% deriva da altri tipi di trasporto. Tutto ciò appare una motivazione non sufficiente per rivoluzionare il mondo dell’automotive, ma più una volontà di rilancio dell’economia globale di questo settore a favore delle grandi potenze industriali, che detengono il quasi monopolio delle materie prime necessarie a questo tipo di mobilità alternativa.