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Dopo l’annuncio di Oliver Blume per i tagli alla produzione e ai posti di lavoro del Gruppo Volkswagen, anche Mercedes sta rivedendo gli accorsi sindacali. Ford è sulla stessa linea con un dimagrimento dei posti di lavoro già annunciato del 14%. BMW ha già annunciato un taglio dei posti di lavoro entro l’anno del 5%. Anche Stellantis, ha presentato ufficialmente lo scorso maggio a Detroit e prevede sul fronte dell’occupazione una drastica riduzione della capacità produttiva europea e sull’uso continuato di uscite incentivate volontarie. Di conseguenza anche i componentisti e altre società correlate Tieri, Continental ZF, Schaeffler e Bosch sono state colpite pesantemente dalla crisi dell’industria automobilistica europea.
Evidentemente dopo oltre due anni di tentativi per rimediare all’invasione cinese i big dei maggiori costruttori si sono dovuti arrendere. La competizione con prodotti cinesi per qualità, e soprattutto per prezzo, non ha confronti e l’industria europea ha dimostrato la sua incapacità a competere, pensando che i marchi facessero la differenza, ma il mercato ha dettato le sue regole.
Per rimettere in piedi l’industria dell’auto europea è necessario un drastico ravvedimento sul prodotto, sui costi, e soprattutto sulla scelte produttive, tenuto conto che nel frattempo la scelta del consumatore è drasticamente cambiata, da immagine symbol a servizio.
Forse il piano di Stellantis, da poco presentato da Filosa, è sulla buona strada con il programma di fabbricazione di veicoli di piccola e media gamma a costi contenuti. Ma per vedere se funziona, occorre attendere il consenso dei mercati.
La sfida è gigantesca, ma la speranza è l’ultima a morire.







